Oggi che – dicono le statistiche – i padri dedicano circa trenta minuti al giorno ai propri figli, è quanto mai necessario riflettere sull’effettivo ruolo del genitore maschio in questa cultura consumistica e sempre più impermeabile ai valori veri.

Siamo a un punto della storia in cui è fondamentale non perdere di vista il ruolo del padre, prima che esso si modifichi ulteriormente, si muti, si perda…

Oggi purtroppo è molto frequente che il padre, sollecitato dai figli, specialmente maschi, a dare una risposta o prendere una posizione, dica: «Parlane con tua madre».

Per i figli, specie se maschi, un atteggiamento di questo tipo mette a rischio tutto l’universo simbolico che il padre incarna.

Il padre è indebolito, più che da un complotto, da un sistema che lo ha rapito alla famiglia per rinchiuderlo nel lavoro e nella carriera.

…il tempo per crescere i figli i padri non lo trovano più.

Contemporaneamente, tutto ciò che si riferisce al padre è stato colpito da un si-gnificato svalutativo: paternalista, patriarcale, sono espressioni dispregiative, diffuse, che tendono a svalutare il mondo dei comportamenti paterni.

Il mondo del lavoro che già aveva tolto alle donne una parte del loro ruolo di madri, ha pesantemente fatto sentire la propria forza in particolare sui padri che, statistiche alla mano, attualmente hanno pochissimo tempo da dedicare ai figli.

Tempi e spazi che si azzerano quasi se i padri sono separati: spesso in queste condizioni l’uomo si trova ribaltato, paradossalmente, in una dimensione in cui offre il fianco ad accuse che spesso non merita.

I figli possono diventare lo strumento di ritorsione da parte di ex mogli che cercano così di «colpire» l’ex marito che «ha osato» mettere in discussione la loro «onnipotenza», che ha scelto di ricominciare da capo, ecc. ecc.

L’ulteriore paradosso è rinvenibile quando le separazioni sono consensuali: tutto è basato su teorie di tolleranza e frasi tipo «restiamo almeno amici», oppure «non dimentichiamo di avere dei figli» e cose del genere.

Poi, avviata la fase della separazione, le cose cambiano e il padre spesso diventa «colpevole» dello sfascio del matrimonio e il fatto che i figli siano stati dati in affidamento alla moglie è, per molte donne, garanzia di possedere la «prova» di quella colpevolezza.
Alcuni dicono che le cose stanno cambiando: i fatti purtroppo non danno ragione a questi ottimisti ma il fiorire di associazioni per padri separati e la presa di posizione di alcuni legali, naturalmente fanno ben sperare.

Ma la perdita del ruolo paterno è vecchia di almeno mezzo secolo, da allora, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, e per la prima volta nella sua storia, il bimbo dell’uomo non ha più un padre che lo inizi alla sua condizione di giovane maschio.
La problematica sulla riduzione del ruolo maschile, si evince nella cultura, in particolare quella occidentale e industriale, attraverso tutta una serie di manifestazioni che, ad esempio, si esprimono con il ridimensionamento, in certi casi con l’annulla-mento, del ruolo paterno.

Oggi i padri stanno poco tempo con i figli – anche le madri, ma in modo diverso perché la loro posizione è proiettata fuori del nucleo familiare, nel mondo del lavoro.

Tante, troppe volte, sentiamo dire «mio figlio lo vedo che dorme ancora e quando ritorno sta già dor-mendo»; sabato e domenica diventano momenti per compattare in breve tempo quanto non è stato possibile fare in altri momenti della settimana.

Ma anche i giorni del riposo hanno i propri ritmi, tempi da rispettare, consuetudini a cui obbedire: spese, visite, incapacità di alcuni genitori a non rinunciare alla loro vita sociale, sottoponendo i bambini a uno stress forte.

Inoltre anche l’avvicinamento dei ruoli tra padre e madre (donna che lavora fuori casa, padre che cucina, ecc.) può condurre i piccoli ad avvicinare i genitori, a renderli quasi androgini, troppo simili.

In un passato neppure tanto lontano, il padre era per il figlio maschio un referente forte, importante: era testimone e consigliere in alcuni fondamentali riti di passaggio, dava ai piccoli dei punti di riferimento che erano determinanti.

Vale la pena di rifletterci…

Un abbraccio.

Paolo