L’idea che più mi ha affascina è il concetto di circolo virtuoso.

E’ una idea dinamica, un processo.
Che va intuito, strutturato in modello, sperimentato, corretto di continuo, generalizzato, ri-corretto (specie se funziona, e crea condizioni nuove), orientato, pilotato, in caso anche fermato e comunque sempre criticato (e ascoltato).

Simmetricamente il circolo vizioso prende piede come una malattia, alberga e si diffonde più facilmente in ferite aperte, diventa sistemico, infetta, produce situazioni più degradate che a loro volta alimentano il degrado.
Qui le cure variano dagli antisettici (dall’acqua di mare pulita fino agli antibiotici più avanzati, alle chemioterapie – si spera sempre più mirate -, agli agenti biotecnologici e in futuro alle bombe selettive nanotech, fino alla vecchia, precisa e triste chirurgia asportativa, oggi nobilitata dai laser ad alta precisione, guidati da modelli Rmn ad alta definizione).

Ma la sostanza sempre quella è.
Un circolo vizioso, biologico o sociale, si diffonde.
Agenti e azioni correttive la combattono e cercano di eliminarla.
L’Organismo, in definitiva, ne esce indebolito.
Se guarisce ha bisogno di tempo e di esercizio (convalescenza) per ricostituire equilibrio e cellule nuove e sane.
Cellule nuove e sane.
E altamente attive, virali nel senso migliore.
Ricostruttive.
Oggi le conosciamo, si chiamano staminali.
Tutti noi le possediamo, e gli individui più giovani in misura maggiore.
Massimamente gli organismi pre-umani, gli embrioni (ma qui un tabù, giusto o sbagliato, è stato posto da antiche etiche impaurite…).

Creando un paradosso, mi pongo una semplice domanda.
Abbiamo delle staminali oggi nel corpo sociale?
E se sì, come attivarle e diffonderle, in senso ricostruttivo, per ridurre e cicatrizzare antiche ferite, per isolare e sconfiggere infezioni sistemiche, per rafforzare il sistema immunitario sociale.
E di più, per ricostituire un Organismo, un corpo collettivo, più robusto, armonico e sano?
E infine, massima ambizione, perchè questo Organismo si riproduca in generazioni future altrettanto robuste, sane, capaci di tenere testa alle sfide dell’evoluzione e della Vita?
Direte che sono matto.
Avete ragione.
Anche Menenio Agrippa, il saggio romano della sua povera, austera, dialogante, sanguinosa, combattente, felice e virtuosa epopea di piccola Repubblica, lo era, in parte.

Oggi, sono a cercare di ritrovare un po’ di sezione aurea, di senso delle proporzioni.
Dopo anni di lavoro , alle caldaie di una nave italiana che perde velocità, e sovente pure rotta.
Non riesco più a trovare questo senso delle proporzioni, questi alberi e queste notti di silenzio e di nuvole e luna.
Non sento l’armonia silenziosa che dovrebbe guidare ogni pensiero. E metterne a frutto i risultati
Quali staminali abbiamo? Quali cellule autoriproduttive, correttive e ristabilenti?

Vediamo.
Non mi interessa fare ideologia o e-deologia.
So che oggi, in tante città d’Italia, per fare banalissimi parcheggi si finisce, nel caso migliore, per creare cooperative di cittadini utenti dei parcheggi stessi.
Banale. Direte. Non poi così tanto. Nelle condizioni date.
Ovvio, poi, il successo e l’andamento di queste dipende dalla qualità della gestione, dall’impegno che i partecipanti ci mettono.
Ma il bene condiviso parcheggio è comunque generatore immediato di valore d’uso, per chi prima era costretto a parcheggiare in strada, ostruendola e con i vari rischi connessi.
Quel parcheggio rende al cittadino che ne è investitore, partecipe in gestione e controllore.

Secondo fenomeno:dati del Censis: Il 68,6% degli italiani ha aiutato persone in difficoltà; il 59,2% ha versato soldi ad associazioni di volontariato; il 50,5% ha acquistato prodotti dopo aver verificato che non inquinassero e/o che fossero realizzati nel rispetto dei diritti dei lavoratori senza lo sfruttamento del lavoro minorile; il 26,6% ha svolto attività di volontariato; il 20,8% ha partecipato a progetti di adozione a distanza; il 16,7% ha partecipato a campagne a favore di temi etici (come, ad esempio, l?abolizione della pena di morte); il 14,2% a campagne di boicottaggio di prodotti di aziende che si ritiene assumano comportamenti non etici; ed il 4,8% ha aperto conti in un banca etica o acquistato fondi etici.
Questi, in sintesi, i risultati di un?indagine Censis ? Fondazione Ozanam/De Paoli, su un campione di 1.300 famiglie, che ha evidenziato quanto sia forte negli italiani la propensione all?altruismo e alla solidarietà.

Terzo fenomeno. In questo momento abbiamo il 35% degli italiani che bene o male, in qualche modo condividono uno spazio digitale pubblico e aperto, questo. Poco, tanto? Non lo so. So che ancora nel 1998 era di uno o due ordini di grandezza più piccolo.

E che oggi fa gola ai soliti pescecani.

Oggi basta un click per comprare un’azione sui mercati finanziari del pianeta, basta un altro click per leggere una relazione di un consiglio di amministrazione, e un’altro paio per aprire al riguardo una discussione. Con altri azionisti e non. Fino a decidere un’assemblea, anch’essa digitale.

Democrazia elettronica deliberativa, attiva, così la chiamo. E questi strumenti, se costruiti seriamente, possono funzionare. E anche meglio che nell’Italia reale. Di oggi, e di sicuro meglio dell’Italia delle Parmalat e delle Cirio.

A che serve una Fabbrica del Programma se poi, sul più bello, la si chiude?
Possiamo essere tutti leoni (a parole) come cittadini, ma se poi all’atto pratico ti piazzano là un comitato, con una gentile signora a presiederlo e tutto composto di economisti e ragionieri di partito, amministratori locali o centrali e funzionari, questi cosa tendono a partorire?

Chi li ha titolati a decidere per Noi? Non ci era stato promesso il contrario?

C’è uno solo di loro che ha fatto una cooperativa di cittadini?
Uno che si è sporcato le mani e la testa con la rete, al di là delle solite brochures unidirezionali?
Uno che ha voglia e coraggio di scommettere su una rete di cittadini?
Boh.

Questi economisti, funzionari e amministratori hanno un mandato di partito e devono adempierlo.
E devono stare sul classico, nel migliore dei casi.
Per loro un progetto di sviluppo è spostare soldi da un punto all’altro del corpo sociale. Usando la (poca) finanza pubblica muovibile.
Il mondo, per loro, è fatto di scatole: Stato, ministeri, enti locali, banche, aziende, corporazioni. Noi sovente veniamo catalogati con un termine (che ritengo) spregiativo: consumatori. Oppure come lavoratori, imprenditori o giovani.
Quasi mai come cittadini sovrani. Anzi, mai.
Per me (ma credo anche per Voi) anche grazie a questa rete, e a questi volontari e cooperanti (non Unipol) il mondo, dal 1994 ad oggi, è più connotato di persone, di identità, di storie, di ragionamenti, di scommesse, di gente magari che viene da lontano (disperata) e qui potrà fiorire, con Noi.
Spostiamo scatole, spostiamo soldi, nazionalizziamo, statalizziamo a favore magari di dipendenti privilegiati, di funzionari e di politici?
Trent’anni di Partecipazioni statali sono stati, ahimè, una scuola severa.
L’Alitalia ce lo ricorda, ad ogni (finto) suo aumento di capitale ed adesso il suo boom.
E’ quindi accettabile un programma economico concentrato solo sulla redistribuzione dei redditi, magari su qualche formula obsoleta, e non sulla creazione di nuovo valore per gli italiani?

Sposto tasse da qui a là e quindi incentivo pinco e disincentivo pallo.
Aiuto con un po’ di risorse quello svantaggiato e comprimo un po’ l’avvantaggiato, o meglio, l’evasore e il furbo.

Benissimo, non ci piove.
Ma lo sviluppo?
Questo ci tirerà fuori dall’impoverimento e dal declino?
Nel 1996-2001 questo non è successo, nonostante un buon recupero di evasione, manovre fiscali ben fatte (oddio, tutto è relativo, ma facendo il confronto con il successore di Visco…), l’Euro e tante audacissime privatizzazioni monopolistiche.

Pochi hanno studiato la storia economica dal 1885 al 1930. Pochi hanno capito che il movimento di base italiano fu allora una straordinaria forza produttiva e di inversione di un ciclo tremendo di povertà, di fame, di morte.
Pochi sanno l’origine delle banche popolari, delle cooperative operaie, delle mutue d’aiuto reciproco, delle società per la lotta all’analfabetismo, delle case del Popolo, delle associazioni agricole e della casse di risparmio rurali.
Dei carretti pieni di libri che facevano il giro delle cascine, per far leggere i bambini.
E dei preti con le scarpe sporche di fango.

Oggi, giorno della purezza dello spirito (femminile e materno) della Natura, mi pare il caso di rievocare questi nostri amati fantasmi.

Quello spirito, che creò valore per tanti italiani, sembra perso.

2008-2013: dobbiamo aspettarci di andare avanti, al più di tre caselle nel gioco dell’oca nazionale, recuperandone magari una in più sul disastro combinato dalla banda bassotto?
Un’altro quinquennio di stagnazione ma, stavolta, un pochino più equa, con le scatole rimesse in ordine e spostate di quei tre decimillimetri possibili (nella situazione data)?

Spostare scatole quando il castello di carte traballa, quando i poteri sono addossati uno sull’altro a proteggersi è difficile e pericoloso.
Togli una scatoletta e viene giù tutto.
E allora si torna alle guerre di mafia, di camorra e ndrangheta (sull’ultima già ci siamo), alle lotte finanziarie per il feroce controllo di scatole vuote, ma di monopoli e feudi pieni, alle silenziose cariche a spada sguainata (e portafoglio) dei lobbisti in Parlamento, agli emendamenti sotterranei. Insomma al solito tran-tran dell’Italia da strategia della tensione.
E insieme Palude.
C’è un’alternativa al deja vu?
C’è qualche esperimento, esperimentuccio possibile?

Vediamo. Il sistema italico non funziona.
In teoria il corpo sociale dovrebbe produrre reddito, in parte consumarlo, in parte risparmiarlo e investirlo e così riprodurre la produzione e il reddito.

Il sistema non crea nuovo capitale, nè privato nè, soprattutto, sociale.
E reddito reale sempre meno.
Si sta mangiando il patrimonio.

Lavorare si lavora, personalmente non faccio altro da che avevo 20 anni e non ho mai smesso.
Pure adesso.
L’Italia è piena di precari, garantiti, piccoli imprenditori, funzionari, banchieri e bancari, operai di diversa lingua e colore, insegnanti, preti, casalinghe, volontari, pensionati consulenti, guardie del corpo e del portafogli, faccendieri e affaccendati.
Quasi tutti lavorano.
Quasi tutti male.
Quasi tutti non credono in quello che fanno.
Pochi lavorano sopa una carrozzina, troppo pochi.
Quasi tutti hanno paura del futuro. E se ne sentono espropriati.

Il volontariato, sulla realtà, sulla rete, sulle relazioni, sulla propria vita interiore, è cresciuto in questi 13 e passa anni di stagnazione.
Il popolo italiano, almeno in una sua buona fetta, ha risposto così alle ferite del passato e alla depressione del presente.
Le staminali sociali reagiscono così alla paura e alla palude. Fecero esattamente così quando c’era la pellagra e la fame.
Ma c’erano anche dei cristiani risorgimentali ancora in giro, socialisti e non.
Mica male, direi.
Qualcosa abbiamo, almeno in potenziale.
Però il volontariato non può essere la risposta stabile.
E’ anch’esso fragile e subordinato alla crisi del sistema.

Possiamo però connettere questa tendenza, in massima parte onesta, pulita e guaritrice, anche alla creazione di sviluppo concreto?
Francamente non lo so.
Non sono un profeta ma un libero pensatore.
Ma io ci proverei lo stesso. Che cosa abbiamo da perdere?

Banche che ci spennano e non investono in nulla, se non nei loro grandi debitori (che poi siedono nei consigli di amministrazioni di quelle stesse banche).
Conflitto di interesse, direte. Ma è la norma di furbolandia.
Posso dire di no al mammasantissima di turno, che con i miei soldi ha comprato le mie azioni.
E’ un debitore? Io sono un banchiere? Presto soldi, i risparmi dei miei clienti, a chi li mette al lavoro oppure finanzio i miei azionisti di riferimento? Qualunque vaccata facciano…boh.

Intanto spenno i cittadini e le piccole imprese, i muli dell’Italia che non funziona.
Quelli che trainano un vagone con le gomme a terra.

Ma perchè, invece di scuotere il traballante castello di scatole vuote (dentro cui, malauguratamente tengono in ostaggio i nostri risparmi), non lo rendiamo irrilevante? E intanto lo apriamo all’Europa?

Oddio, vendono Telecom Italia all’odiato straniero. Allarmi! Vendono l’Antoneveneta al micidiale olandese. All’armi! Che cosa abbiamo da perderci? Qualche truffa in meno?

Qualche prestito in più che diventa investimento (magari pure etico) e non favore.
Qualche titolo in più di azienda nuova, magari fondata da ex-precari, su cui investire e partecipare.
Qualche cooperativa (vera).
Qualche nuovo bene pubblico.
Qualche scossa positiva nel sistema depresso.

Perchè non creare un’economia alternativa e concorrente, un’economia nuova e sana, basata su di Noi?……Ucciderebbe la vecchia?……Ma scherziamo?
Con tutti gli analfabeti, di andata e di ritorno (tivvù) e di potere portaborse che abbiamo, volete che Furbolandia perda di colpo tutte le sue oceaniche e granitiche clientele?

No, al massimo potremo (e sarebbe il meglio, guerre occulte varie docent) dolcemente e pacificamente sgretolarlo, mummificarlo (ovvero mostrarlo qual veramente è), divertirci a vederlo annaspare di fronte a soggetti esteri un poco più moderni.
E ricavarne benefici.
Fino alle onorate e non rimpiante esequie.

Possiamo costringerlo a cambiare, con nostri vantaggi e benefici.
Che possono servirci a investire e a creare il nostro (nostro) futuro, sul circuito alternativo di risparmi-investimenti-nuovo capitale-futuro….

Una rete di public companies, diverse. Come Grameen con il suo microcredito ha cambiato per sempre ogni terapia alla povertà.

I posti di lavoro (si dice così in sinistrolandia) che perderanno! Oddio! I meravigliosi call center, gli eccitanti scantinati e soffitte dei precari, i potenti uffici pubbliche relazioni (con i potenti), i nani, le ballerine…..sono già gusci vuoti, avrai un futuro lavorando a Capitalia o alla Popolare di Lodi o alla Unipol?
Forse, nel migliore dei casi, potrai ambire a non avere un avviso di garanzia alla fine della tua luminosa carriera.

Meglio un’altra strada…cerchiamola facendola.

Un abbraccio
Paolo Iorio